Cucina della tradizione locale, Specialità Fieno e Ceciliani

La ricetta – Zuppa di Ceci e Castagne

piatto di zuppa ceci e castagne

Zuppa di Ceci e Castagne  - La ricetta

Questa zuppa  veniva preparata sia nella zona dei Monti Cimini, sia nelle campagne circostanti Viterbo. Infatti, quando nell’autunno si raccoglievano le castagne nei castagneti dei Monti Cimini, una parte di queste venivano messe in cantina ad asciugare e conservare per essere poi consumate durante l’inverno. La presenza delle castagne insieme con i ceci, non era perciò dovuta ad una elaborata combinazione di sapori.

 

PREPARAZIONE

Mettere a bagno i ceci la sera prima in acqua e sale, sbollentare le castagne secche per poterle sbucciare agevolmente, e spaccare a metà quelle più grandi. In una pentola, possibilmente di coccio, lasciare cuocere parzialmente i ceci, insieme con un mazzetto di rosmarino, che verrà gettato via successivamente. A parte in un tegamino fare un soffritto con abbondante olio extravergine di oliva, aglio, peperoncino, qualche foglia di rosmarino e del sedano a pezzetti; quindi unirvi i pomodoretti tagliati a pezzi, o la passata di pomodoro, lasciando insaporire per alcuni minuti. Aggiugervi a questo punto le castagne secche e, poco dopo, versare il tutto nella pentola di cottura dei ceci, avendo cura di aggiungere qualche cucchiaiata di castagne e ceci schiacciati, o passati al passatutto, per rendere il brodo più denso e saporito. A cottura ultimata versare la zuppa sul pane, che avremo predisposto nei piatti singoli. Prima di iniziare a mangiare, lascire riposare per alcuni minuti, a piatto coperto, affinchè il pane risulti bagnato al punto giusto e, se piace, irrorare la zuppa con olio extravergine di oliva.

Ceci + Castagne

INGREDIENTI

300g di castagne secche dei Monti Cimini

300g di ceci secchi

Olio extravergine di oliva Tuscia DOP

300g di pomodori o passata di pomodoro

Peperoncino

Sedano

Rosmarino

Pane casereccio

Aglio

 

Cordialmente

Fratelli Arletti

La simbologia – Il Calice di Canepina

Il calice di Canepina_1

Calice di Canepina

Tratto da  - http://www.culturalazio.it/musei/colledelduomo/argomento1.php?id=43&vms=5&page=2

Gli esempi Quattrocenteschi di calici che ci offre Roma e il Lazio in generale, ci ripropongono una tipologia a cui tutti o quasi sembrano uniformarsi e prendere a modello: si tratta del prototipo realizzato dal senese Guccio di Rannaia per conto di Niccolò IV per la Basilica di San Francesco ad Assisi. All’interno di questa tipologia ricade anche il calice di Canepina.
Il calice mostra una tipica forma conica molto svasata e conformemente ai canoni liturgici la coppa è in argento dorato in quanto doveva contenere il sangue di Cristo.
Nella parte centrale del fusto sono ancora presenti, nonostante la datazione al XV secolo, i chiodi trecenteschi terminanti con placchette decorate a smalto.
Nella sottocoppa troviamo teste di cherubini alati (una delle quali è capovolta) sbalzate secondo un gusto che non è quello tipico del XV secolo e che potrebbe far pensare a un rifacimento successivo.
Il piede, in genere esagonale, è ricoperto da una fitta decorazione a sbalzo e cesello a motivi vegetali che incorniciano piccole formelle dove si trovano ancora piccole figure di santi e lo stemma del committente a forma di scudo, suddiviso in due pari orizzontalmente, con quattro croci nella fascia superiore, e tre in quella inferiore. Il punto di connessione tra il piede e il nodo è molto impreciso: il nodo si innesta di traverso sul piede comprendo in parte alcune delle placchette tra le quali quella con lo stemma del probabile committente. (vedi voce 17)
Sulla base mistilinea sono presenti sei medaglioni entro i quali sono raffigurati Santa Felicita, Cristo Crocifisso, San Giovanni, Santa Barbara, la Vergine e un’altra santa con la palma del martirio e un libro. Le figure ben condotte ad incisione dovevano contenere smalti di cui oggi non resta il benché minimo frammento. Nel nodo con fondo decorato a motivi vegetali entro sei medaglioni esagonali e fortemente rilevanti sono le figure di Cristo in Pietà, un santo vescovo, San Sebastiano, San Paolo, San’ Antonio e San Pietro.

Nella storia dell’oreficeria sacra, questo calice rappresenta l’esempio per tutti gli orafi fino agli inizi del Cinquecento.
Nel calice di Canepina vanno evidenziati alcuni aspetti nuovi, come la struttura e l’impiego di smalti traslucidi che Siena aveva importato dalla miniatura francese. L’arcaica pianta ottagonale polilobata, tipica ancora dell’Italia del nord, viene abbandonata.
La diffusione di questo nuovo modello si deve alla precoce attività degli orafi senesi fuori dalla patria, anche in paesi lontani. Nel Lazio gli esempi più numerosi si trovano nel territorio viterbese, geograficamente vicino all’area culturale senese.

Purtroppo lo stemma del committente non è stato identificato: si possono fare solo delle supposizioni che lo potrebbero vedere o legato ad un nome di una famiglia importante di Canepina, o a una confraternita presente presso la chiesa dell’Annunziata.
Le fonti ignorano l’erezione della chiesa di Santa Maria Assunta. Ciprini ipotizza che l’erezione della chiesa sia avvenuta intorno all’VIII secolo e da allora i sacerdoti di Canepina ebbero assegnati i beni della Collegiata. Tuttavia dobbiamo sottolineare l’assenza di documenti certi che possano garantire la costruzione della Collegiata nell’VIII secolo e dunque non si può sposare con certezza l’opinione di Ciprini.
Il primo documento certo relativo alla Collegiata è un testamento del 1348, che viene fatto dal canepinese Tuccio Transanelli il quale lasciò alla chiesa di S. Maria di Canepina, nella quale desiderava essere sepolto, anche dei soldi per il restauro della chiesa. Tra gli altri documenti di particolare interesse va menzionato un documento che riporta una visita effettuata nel 1571, dove vi è scritto “visitavit ecclesiam Sanctae Mariae, matricem et parrochialem”.
Altro documento interessante risale al 3 giugno del 1859, quando Canepina dalla diocesi di Orte e Civita Castellana venne aggregata a quella di Viterbo, che la prese effettivamente in consegna il 3 dicembre 1872, quando il vescovo Serafini, nella sua visita pastorale alla diocesi di Viterbo, vi si recò ottenendo dal capitolo di Sant’Angelo di Viterbo, per la sua chiesa collegiata parte della reliquia di Santa Corona.

BIBLIOGRAFIA

- Luisa Scalabroni, “Il Quattrocento a Viterbo”. Museo civico 11 giugno- 10 settembre 1983. De Luca Editore 1983. L’oreficeria pp. 359-360; 364-367.
- Il Quattrocento a Roma, la Rinascita delle Arti da Donatello a Perugino. (catalogo mostra 2008, Skira)
- M. Andaloro, “Tesori d’arte sacra”, 1975 ,num.64, p. 30)
- Q. Galli, “Studi e documenti per la storia di Canepina”, volume I, Viterbo-Agnesotti, 1990, p. 113.
- G. Ciprini. “Canepina, frammenti di storia, testimonianze di fede”, Viterbo, 1995, p. 19

FONTI ARCHIVISTICHE

- G. Oddi, “Le Arti in Viterbo, appunti storici letti dall’avvocato Giuseppe Oddi alla società di mutuo soccorso”. Viterbo, 1882. p. 57

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